UNA “GARA” INASPETTATA
2-8 agosto 2020

“In questo folle 2020, una sola cosa non mi mancava: la griglia di partenza. Dopo un anno passato con troppi pettorali addosso era giunto il momento di una pausa, di tirare il fiato e pensare a come tornare a vivere la montagna a modo mio.
Conoscevo il Dolomiti Experience da qualche anno, e ho sempre pensato che sarebbe stato bellissimo da tentare, ma son sempre stato costretto a posticiparlo all’anno successivo.
La formula di adesione ricorda le gare di ultra in autosufficienza: si firma la liberatoria e si ottiene in cambio la traccia (360km e 24000m D+), il pettorale da stampare e attaccare allo zaino e l’assistenza da remoto di Claudio e Francesco, i due ideatori del viaggio.
Partenza libera, nessun ristoro, nessun punto vita: si parte quando si vuole e da dove si vuole per la lunga linea rossa che abbraccia i principali gruppi dolomitici. Si può dormire in bivacco come in rifugio, in totale autonomia. Ci sono solamente 3 regole: si deve cercare di seguire la traccia il più possibile, si può correre solamente dall’alba al tramonto e se si finisce entro 7 giorni si entra in classifica “Oro”, in 8 “Argento” e in più di 9 “Bronzo”. Ci metti 4 giorni? Oro. 20 giorni? 6 mesi? 2 anni? Bronzo.
Non c’è spirito di competizione, solamente l’amore per la montagna e la consapevolezza di far parte di un gruppo di persone che son entrati nelle dolomiti, son stati divorati da esse e ne sono usciti innamorati.
Quindi con Riccardo, il mio compagno di bravate, abbiamo deciso quasi per scherzo il mese prima di fare quest’esperienza. Contattati gli organizzatori e sbrigata la minima burocrazia, ci organizziamo per la nostra avventura. 7 giorni con partenza da Agordo, porta delle Dolomiti e punto di partenza di moltissime squadre negli ultimi anni. Tappe serrate, praticamente già fissate a causa della difficoltà di prenotazione dei pernottamenti. La nostra road map prevedeva: Agordo Rif. Galassi Rif. Berti Alpe de Sennes Forcella Pordoi Roda di Vael Passo Valles Agordo.
Un percorso in senso antiorario, come tutte le precedenti squadre, forzando alcune tappe e lasciando dietro di noi alcune soluzioni “comode”, solo per realizzare l’obbiettivo di chiudere in 7 giorni.
Questa avventura può essere letta come un viaggio unico o come 7 tappe separate e legate. Alcune scelte ci sono costate care, il meteo a volte ci ha massacrato e il resto l’ha fatto la montagna. Ma di sicuro ci ha cambiato, mettendo a nudo le nostre debolezze e i nostri punti di forza. Un viaggio che ci ha cambiato non poco. Ma che di sicuro vale la pena portare nel cuore.
• Agordo Rif. Galassi
La prima tappa attraversava gruppi montuosi conosciuti e estremamente suggestivi. Da Agordo fino al Vazzoler e al Carestiato e poi via: Tissi, Coldai, tutti bevuti. Discesa per le piste al Palafavera, risalita al Pelmo e arrivo al Venezia. Sosta al rifugio causa pioggia e ripartenza con discesa quasi verticale a San Vito e una risalita da paura sulle piste fino al rifugio Galassi, sotto forcella Piccola dell’Antelao, sotto un tempo che prometteva brutte cose, puntualmente arrivate appena partiti dallo Scotter. Tutto sommato un ottimo lavoro: Moiazza, Civetta, Pelmo e Antelao superati, cibo caldo e una gestione del rifugio super. Andateci al Galassi, son tutti volontari e lavorano con passione. Inoltre il dolce è compreso nel prezzo della mezza pensione.
• Rif. Galassi Rif. Berti
Tappa impegnativa. Discesa da brivido fino alla Capanna degli Alpini e poi su al Chiggiato, percorrendo la Marmarole Runde. Gruppo montuoso a noi sconosciuto, un continuo saliscendi veloce, che ci ha portato in 7 ore a Auronzo. Qua son cominciati i problemi di vesciche: a causa della pioggia e delle scarpe estremamente leggere, mi son ritrovato con i piedi rotti, con vesciche su tutta la pianta.
Ma “chi no gà testa gà gambe”, e grazie al magico aiuto di Selene, Maria e Beatrice siamo riusciti a ripartire con lo stomaco pieno di brioches, calze asciutte e scarpe nuove in direzione Cadini dei Bagni. A causa della pioggia torrenziale in arrivo, Claudio e Francesco ci hanno fatto evitare forcella Ambata e la sua ferrata. Mossa saggia, ma quanta acqua! 6 ore per fare 20km, complice un terreno complesso e un meteo terrificante. Notte tranquilla, anche se al rifugio siamo stati trattati “maluccio”. Dalle foto che si trovano sembra che la zona sia bellissima, ma noi abbiamo trovato solo fiumi in piena e frane.
• Rif. Berti Pratopiazza
Grande stop della settimana. Partenza all’alba per arrivare alla Croda Rossa di Sesto e poi dritti sparati al rifugio Fondovalle, dove ci attendevano Selene, Maria e Beatrice che ci hanno accompagnato fino al Locatelli, sotto le 3 Cime, riempiendoci di calze asciutte e cibo.
Discesa folle verso Carbonin, evitando i tre Scarperi e il monte Piana (da fare in teoria, ma alla fine le piogge avevano devastato il sentiero e tutti i guadi), facendo esondare il lago di Landro. Salita lenta fino a Pratopiazza, con la consapevolezza che non ne avevamo più. Solo 9 ore di cammino, con il rischio di non poter completare l’opera, complice le poche ferie a disposizione. Ci mettiamo il cuore in pace, ma una sosta era necessaria per ricaricare mente e gambe.
Mai scelta fu più azzeccata: buffet illimitato nell’albergo, camere calde e coperte profumate, sauna. Quasi una vacanza, con la consapevolezza di dover recuperare nei giorni successivi.
• Pratopiazza Rif. Pisciadù
Il grande riscatto. Sapendo di aver una bella giornata davanti, partiamo con le più buone intenzioni, estremamente combattivi, cercando di recuperare i circa 15km di ritardo. Croda Rossa, Rifugio Biella, Alpe de Sennes, Pederü, Fanes, Capanna Alpina e Scotoni, discesa in Val Parola e relativo rifugio (lo strudel con la crema calda, ragazzi…). Giù fino a Corvara e attacco alla cima Coppi del giro: il Piz Boè.
Su dritti fino al Pisciadù per una salita verticale, fatta in poco più di un’ora, evitando la ferrata Tridentina, dove dei canederli grandi come pugni hanno saziato la nostra fame. 60km in un giorno, 200 km mangiati e una brutta tendinite che mi ha impedito di correre in discesa di qua in avanti, nonostante le cure di Riccardo.
• Rif. Pisciadù Roda de Vael
Altra giornatona. Partenza a stomaco vuoto, salita fino al Piz dove siamo arrivati un poco più di 90 min, colazione dei campioni a 3100 metri di quota prima di affrontare la discesa.
Solo che noi siamo tonti, e abbiamo preso il versante sbagliato… scendendo ad Arabba invece che al Pordoi. La sconfitta è stata scongiurata da Selene e Beatrice, che ci hanno depositato con le macchine di nuovo in rotta, a Pradel in direzione Sella. Sassolungo, Sassopiatto, Tires. Mezz’ora di pioggia, volo al Passo Principe. Altro stop causa pioggia e poi giù: il Catinaccio con torri del Vaiolet (forse la parte più bella del percorso) e su fino a Roda di Vael, dove siamo arrivati alle 21.
Forse la miglior cena della settimana. Pasta, gulasch e birra, 2 rifugiste eccezionali. Entrambi molto stanchi, ma si comincia a vedere la fine della nostra avventura. Inoltre siamo tornati in rotta, rientrando nel nostro piano di viaggio originale.
• Roda de Vael Passo Valles
Ci svegliamo con la colazione pronta e Selene fuori dalla porta del rifugio, che ci avrebbe accompagnato per un piccolo tratto. Voliamo in discesa, verso Carezza per attraversare il Latemar: passo del Feudo, Rifugio Torre di Pisa con la sua torre e giù verso Forno, per una discesa entusiasmante appena riaperta dopo i devasti di Vaia. Sosta al camping e salita per alpe Lusia, attraverso una forestale tanto lunga quanto noiosa. 10km di strada, che di colpo diventa una salita folle, lungo la quale troviamo un camoscio solitario che ci attraversa la strada. Dopo una breve pausa, rapida salita al Cima Bocche, con i residui della guerra, le rovine dei forti e i bivaccamenti. Giù al volo per una discesa divertente, per lastroni e salti sui sassi, per arrivare a passo Valles, alla nostra ultima notte di avventura. Cena con Selene e Beatrice, che hanno deciso di dormire anche loro al passo. Birroni, piatti enormi: un successo.
• Passo Valles Agordo
Il nostro ultimo giorno: una sveglia veloce, una colazione in piedi (come quasi tutte le colazioni fatte in questi giorni) e una partenza con Selene che ci ha accompagnato per un’ora. Salita veloce al Mulaz per entrare nell’ultimo gruppo montuoso: le Pale di San Martino.
Passo delle Farangole (dove un errore di rotta mi ha portato a risalire il canalone piuttosto che fare la via attrezzata per arrivare al passo, scelta pessima a causa della difficoltà della salita) e rifugio Rosetta, tutto sotto un sole cocente. Discesa in picchiata per poi deviare bruscamente e risalire subito fino alla Forca di Ball e giù al Pradidali, dove conosciamo finalmente Francesco, uno degli ideatori di questo sogno. Che dire, montanaro fino al midollo.
Discesa matta fino al Cant del Gal e risalita sotto il sole cocente in forcella d’Oltro. Da non fare. 1000 metri di dislivello alle 3 del pomeriggio, sotto il sole, senza alcuna zona d’ombra. Ma erano gli ultimi 1000 metri di salita, prima di arrivare nella Montagna Dimenticata, l’enorme costone che ci avrebbe portato ai campi della Luna e al rifugio Scarpa alla base dell’Agner. I sentieri qui son quasi mangiati dall’erba, la traccia è labile, ma si vede il Canale d’Agordo e la quota si sta abbassando. Già si pregusta il traguardo.
L’ultimo scherzo del percorso lo fa la foresta sopra Agordo. Le devastazioni di Vaia hanno completamente mangiato i sentieri, solo parzialmente sistemati. Una mia scelta di rotta sbagliata (ancora scusa, Riccardo, la fame e la voglia di finire mi ha portato a fare di testa mia), allunga il percorso di 4 km lungo una forestale. All’arrivo ci aspetta Selene, che ci porta alla macchina. Pizza, birra, ancora pizza e ancora birra.
Tutti i malanni fisici passano quando si pensa a cosa è stato fatto, alle montagne attraversate. Al miracolo della natura che sono le Dolomiti. Così vicine e invincibili, capaci di estrema severità e grande generosità. Un mondo fantastico, pieno di magia.”
7 giorni, 360km, 24000m D+. 2 Dolomié.

Per maggiori info su D360 https://www.dolomitiexperiencetrail.com/

Francesco Potrata