Velebit - Visocica; prima ski-alp

February 28, 2005

'...Crampons are always necessary in this period... ...Visocica has harsh climate of high Velebit, so good forecast is essential... ...Most dangerous factor is Bura wind, which reaches hurricane force on Velebit, especially on passes and summit ridges...' ALEKSANDER GOSPIC, summitpost.com

Prima, lunga traversata scialpinistica invernale nei territori di guerra del Velebit meridionale con salita alla Visocica, 1617 m., nudo e remoto gigante ghiacciato sopra la Lika di Gospic.
35 km, +-1300 mt dislivello, 11h totali.
Paolo Del Core - Paolo Pezzolato, 27 febbraio2005.

Scendendo la 'magistrala' lo sguardo si perde nell'aria finta e struggente del tramonto dalmata, dall'isola di Veglia e i fianchi straordinariamente innevati dell'Obzova, a pi gi, oltre Goli Otok, verso le spruzzate bianche del Kamenjak di Arbe, verso la neve che si posata anche a Pago, sullo Sveti Vid.

La muraglia del nostro Velebit, gonfia d'inverno come in rare occasioni, ci attende subito oltre Sveti Jurai... Tornano i tormentoni consueti del losco manipolo di tossici velebitski, coloro che per star meglio, per superare le consuete crisi devono venire in pellegrinaggio quaggi, indipendentemente da previsioni del tempo pessime, neve, bora, ghiaccio, mine.

Il criceto del Velebit alias Fossilovich subito chiosa: 'C' neve sul Velebit, ripeto, c' neve sul velebit, affermativo cambio...' E il sottoscritto di rimando, citando un famoso proverbio dei planinari triestini: ' Velebit ciol, Velebit d.'

Birra rituale al Velebno ammirando le dalmate grazie della cameriera; fuori il parcheggio, ritagliato tra muri di neve, ospita solo un' auto, una bora della madonna.

Dopo esserci giustamente dissetati via in picchiata verso Gospic, passato il bivio di Brusane i fari della Honda raggiungono ben presto il ridente borgo di Rizvanusa, 575 m., quattro case di pastori e un paio di vikendize in fondo ad un polje gonfio di neve; per fortuna un caterpillar ha scavato un passaggio che ci fa risparmiare un paio di kilometri interrompendosi vicino all'ultima baracca; Ne esce un torva grinta ritagliata dalla guerra, ma quando il reduce capisce che siamo venuti l, provenienti da chissa dove, per salire la gora con gli sci con quel tempo da cani, rilassa i lineamenti rendendosi conto che ha a che fare con gente pi pazza di lui e ci accorda lo scavo di un parcheggio vicino alla sua Lada fornendoci anche una pala pi seria della nostra... In dieci minuti di alacre fatica i due trzaski planinari sistemano la loro soba motorizzata per trascorrervi una notte da tregenda, inizia a nevicare fitto, il vento aumenta: cos sar per le 24 ore seguenti!

All'alba il passaggio da dove siamo arrivati sparito, sull'auto oltre dieci centimetri di fresca. Nessun problema, tanto non dobbiamo muoverla, ci penser poi qualche patriota a pulire la strada: noi, intabarrati come demoni, andiamo, sci ai piedi, esattamente dalla parte opposta.

Inizia un'infinita e faticosa traversata sul manto vergine, duro batter traccia, fatica anestetizzata come sempre dalla sottile e tagliente malia di quei posti selvaggi, imbevuta dai silenziosi pensieri di ognuno, spesso a ripercorrere a ritroso scampoli della propria vita, interrotta spesso da una battuta, da una risata portata dalla bura.

Ci alterniamo davanti un'ora a testa, il gps impietoso dice che in quel mare di neve riusciamo a progredire massimo tre,quattro km all'ora; riporti di neve ventata rallentano spesso la progressione, mentre ai lati di quello stretto passaggio tra i faggi che d'estate una carraia di origine militare, spuntano dal manto bianco a cadenza regolare cartelli minacciosi sul rischio mine.

Quattro ore e dieci minuti di ininterrotta vogata per raggiungere, dopo 14 km, i 1200 mt del nono tornante da cui si diparte il ripido e pericoloso crinale boscato che porta ai resti spettrali, bruciati nel '95 durante l'operazione 'tempesta', del 'Goitanov dom', 1435 mt; dopo pi di un'ora di lotta con imponenti muri e accumuli di neve (distacco di lastroni morbidi in bosco!) raggiungiamo la fatiscente e gelida baracca appresso i ruderi del rifugio.

La neve, entrando dalle fessure del tetto e della porta mal chiusa ha coperto tutti gli scarni interni; tutto sembra gelarsi alla velocit della luce, la mia bandana sembra un coltello, barba e sopracciglie incrostate di ghiaccio... Pensando ai lunghi trascorsi di patimenti e privazioni speleologiche io e Fox asseriamo un'altra volta che 'No xe cambi gnente'.

Un ricambio, una merenda veloce e via nella bufera - che non mai cessata - su terreno aperto ed esposto a raggiungere le muraglie calcaree sommitali cristallizzate tra ghiaccio e pericolosissimi pendii instabili. A quota 1500 via gli sci, ben piantati in una truna, e su i ramponi per iniziare una difficile progressione veramente imalaiana con visibilit scarsissima, bora sferzante e fastidiosi accumuli in cresta fino all'anticima, 1550 m. , e salire infine ai 1617 m. della cima, sette ore e venti dalla partenza.

Foto veloce e rientro brancolando nella buriana alla ricerca di tracce gi nascoste dalla furia degli elementi. Come una liberazione ecco apparire ad un tratto le punte degli sci; Fox, cento metri pi sotto, nei pressi del rifugio, su un pendio che avr forse venti gradi, va via su un lastrone, cade ma per fortuna tutto si ferma subito, resta una sinistra crepa di distacco lunga una decina di metri, io poco pi sopra, immobile. Respiriamo a fondo poi gi nel bosco con tutti i sensi all'erta.

Alle 17.20, dopo 11 ore finisce anche questa overdose di Velebit.

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