IL TEIDE (3728 M), CRONISTORIA DI UNA SALITA
(02/05/2007)
Il ristorante San Pedro ci accoglie dopo una giornata di malcelato relax ovvero passata ad aspettare, con la mente via, via sempre più distratta …Si è tentato di fare i turisti impegnati, ma qualcosa ha iniziato ad intrappolare ben presto i nostri entusiasmi più spensierati e incanalarli sempre più in un tunnel a corsia unica, con un solo sbocco predestinato…dopo un pranzo in spiaggia a base di pesce, la cena doveva essere a base di pasta e invece un buon pollo alla piastra con verdure e patate diventa un‘ottima alternativa e poi via, si tenta di rincasare per tempo…Gli zaini sono già ben che pronti, la colazione ci verrà preparata al sacco e lasciata molto gentilmente sul solito tavolino chissà quando nel cuore della notte…Il lettone ci accoglie con netto anticipo rispetto alle sere precedenti ma non avevamo fatto i conti con la festa finale delle attività di volo della spiaggia vicina …la mitragliata dei fuochi d’artificio, che doveva scatenarsi alle nove, parte solamente alle undici e non accenna a fermarsi se non appena prima di mezzanotte lasciandosi alle spalle, fra le tante risa festose, anche due uniche note di vivo disappunto… A pensarci in modo presuntuoso si potrebbe dire che sono per noi questi fuochi, per salutare, con un rituale che sa di casa, esportato in Spagna per l’occasione, i grandi eventi sportivi del giorno dopo …Due e trenta del mattino, la dolce melodia della sveglia del telefonino inizia a suonare facendoci abbandonare senza pietà i nostri mondi onirici…C’è una piacevole tensione nell’aria, c’è una sottile ansia quando saliamo con la straniera Clio il versante illuminato da un plenilunio talmente forte che i fari della macchina risultano un disturbo artificiale, utile solo per mettere a fuoco la miriade di conigli selvatici che ci tagliano la strada come frecce, lasciando ben visibili solo le lunghe orecchie e il ciuffo bianco sul sedere…Che strano, per la prima volta vediamo tutto davanti a noi, dal mare al margine montuoso, libero finalmente da strati di nuvole e nebbie…radio Boradio diffonde dolcemente nell’abitacolo una scelta di brani davvero adatti alla situazione che hanno il potere di rilassarci…Grazie alla limpidezza della serata scorgiamo molto più presto del solito il cono mezzo illuminato del Teide e il suo avvicinarsi, curva dopo curva, sembra ricordare una cappa del dorso di un drago dormiente, adagiato al suolo, pronto a sputare lingue di fuoco. Entrati nel calderone la luna sembra più vicina mentre la voce di radio Boradio si spegne lentamente…siamo al parcheggio quasi alle quattro…ci colpisce il fatto di non essere soli, un'altra automobile noleggiata ci ha preceduti…fa freddino ma ben sopportabile…Ore 4 e 10, si parte…Alce si dimostra un compagno di viaggio eccezionale, premuroso e sensibile, capace di percepire ogni minimo turbamento…lui conosce il mio essere agitato nel buio, anche se qui la luna ci rischiara ogni passo; lui sa che il mio cuore ha sempre sussultato sul filo dei 3000 metri e che è la prima volta che mi porto così in alto. Per spazzare l’ansia, chiacchiera testardamente, con precisa puntualità mi ricorda di bere, si congratula con me per la mia tenuta. Procediamo a ritmo sostenuto mangiandoci così la Montagna bianca in 50 minuti. La verticalità del sentiero terminale ci costringe ad un cambiamento di ritmo, ma la cadenza rimane costante. Nel buio dei primi tornanti Alce sussulta andando quasi a sbattere contro una solida ombra oscura che si è alzata improvvisamente buttando là un saluto veloce. Mentre continuiamo decisi, lasciandola dietro a noi, immaginiamo che è sicuramente il proprietario dell’auto del parcheggio. A 100 metri dalla mia soglia massima ci fermiamo a bere, la mia emozione mista a paura e gioia, aumenta passo dopo passo, quasi mi aspettassi da un momento all’altro l’irreparabile e invece tutto si risolve con un unico, debole giramento di capo. Aggiustato ancora una volta il ritmo, fatti un paio di respiri un po’ più profondi, si continua imperterriti. La luna sta giocando oramai a nascondino con il bordo del versante, lasciandoci per alcuni tratti nel buio e obbligandoci così ad usare la zipka. Ben presto siamo al rifugio Altavista (3264 m), che aspetta ben chiuso la fine del mese per accogliere una nuova stagione di turisti, e da qui mancano circa 300 metri di dislivello per essere alla Rambleta ovvero alla stazione a monte della funivia (3565 m) e quindi alla base dello zoccolo finale. Una strana sensazione di luminosità alle mie spalle mi fa sobbalzare all’improvviso, la zipka di Alce non serve proprio più. Mi giro d’istinto, quasi un intimo richiamo che mi fa percepire il cambiamento dell’alba: un sottilissimo filo più chiaro si sta materializzando sull’orizzonte a est, sopra le luci dell’aeroporto di Tenerife Norte mentre la luna è silenziosamente tramontata, con discrezione, in punta di piedi. Strada facendo ci vestiamo gradualmente cercando di contrastare così un freddo insidioso che aumenta con l’aumentare dell’altitudine e con l’avvicinarsi del giorno. L’oscura ombra parlante si è rivelata nel frattempo un simpaticone tedesco, che sa perfettamente l’italiano, profondo conoscitore di quest’isola. Dopo aver superato un tratto di massi di lava sgretolata, il sentiero, sempre ben marcato durante tutto il cammino, diventa di botto una via lastricata, quasi fosse un corridoio d’accesso ad una torre: è la zona in cui il suolo inizia a fumare, dove l’odore dello zolfo è più intenso, dove le energie che escono dal suolo hanno una vibrazione femminile, materna, uterina. In breve siamo alla Rambleta, ad est tutto è pronto per l’entrata in scena del giorno. Sappiamo che ci giochiamo l’alba, ma oramai, scavalcata la catenella della deserta piazzoletta del controllo permessi alla cima, siamo pure consci che è come se fossimo in vetta perché quei 163 metri che mancano sono solo l’apice di un iceberg già scalato. Qui la mia guida personale ha una battuta d’arresto: lui, che non è mai stato male nemmeno ad alte quote, se acclimatato a dovere, ora inizia a faticare ed a impallidire. Capisco al volo che qualcosa non va e freno il mio entusiasmo impazzito, ma mi è difficile non incitarlo a muoversi per vedere il disco rosso alzarsi dal mare di nubi atlantiche che si sono formate, come ogni mattino, alle pendici del monte creando così una soffice cintura bianca attorno alla pancia del vulcano. Le nostre ombre sul versante sono incredibili, ma mai come il cono d’ombra della cumbre che si proietta immenso sull’isola di Gomera, creando uno spettacolo unico, meraviglioso che dura solo pochi minuti al giorno. Forse è questo, forse è un rimedio propizio, ma per fortuna Alce si riprende e riesce a portarsi in cima e godere con me e con il nostro amico “Hans” dello spettacolo di un 3728 metri al suo risveglio. Sono le sette e quaranta del mattino, tre ore e mezzo dopo l’attacco e dopo 1500 metri di dislivello. Quassù tira un forte vento, il suolo è tiepido, ma l’aria è gelida. Il caldo fumo delle fumarole aiuta ben poco contro il freddo intenso se non a ricordare che stai seduto su di una pentola a pressione con timer sconosciuto. Io sprizzo gioia da tutti i pori e tento di trasmettere tale energia al mio vecchio, intirizzito dal freddo e contrastato dal desiderio di stare ancora un po’ per vivere questa cima completamente oppure ritornare verso il basso e riportare nuovamente a bolla il suo organismo, ancora una volta messo a dura prova da una vivace Borelia. La discesa è un rinfrancarsi passo dopo passo, è un godere di ciò che non si è visto nell’ansia e nell’oscurità della salita, è un sentirsi leggeri, sostenuti dalla coscienza di aver vissuto un grande giorno, è aver voglia di correre fino alla macchina e gridare al mondo la propria gioia.
Partecipanti: Alce, Nadia
tempo: 5 ore
dislivello: 1500 m
chilometri: 19

