BAR UNPROFORM

(25/07/2000)

Bihac, la sublime porta dOriente. Per arrivare fin qui abbiamo pedalato per 300 Km, attraversando luoghi solitari immersi in boschi rigogliosi e silenziosi, lambendo le bianche formazioni calcaree delle Bjele Stienjie, vegliati dalla mole protettrice del Klek tra i campi minati di Plitvice. Abbiamo valicato tre confini, tre mondi volutamente diversi, dal mare alla piana dai minareti svettanti . Adesso finalmente facciamo i turisti camminando per le vie di Bihac, assaporando la sua voglia di normalit . La citt pullula di giovani in continuo movimento, sembra che qui il lavoro non sia una primaria preoccupazione. Latmosfera quella dei giorni di festa e tutti i numerosi bar e ristoranti sono pieni di persone che bevono birra e ordinano enormi piatti di carne. L Una scende da gole profonde tormentate da rapide tumultuose, arrivando a dividere in due la citt con anse dove la corrente si trasforma in placida linfa verde. Il suo scorrere calmo ha fatto proliferare sulle sue rive uninfinit di ristoranti e bar ed difficile sottrarsi al suo fresco richiamo. Sono le tredici, lora della preghiera. Una voce gracidante si spande dallalto del minareto nel caldo del pomeriggio, tra lindifferenza dei pi . Mentre ascolto la voce che richiama alla preghiera, un ricordo della mia infanzia mi lambisce. Sono in chiesa e Don Giorgio inizia il suo sermone cantato. La sua voce, stentorea e stonata, un tormento che nessuno ascolta. Lottando contro gli sbadigli, alla fine tutti rispondono con un amen liberatorio.
Dopo non ricordo quale ultima birra, decidiamo di fare ritorno allagriturismo dove pernottiamo. Ma si sa pedalare sotto il sole incrementa la sete. Scorgiamo un bar che pu fare a caso nostro. Parcheggiamo le due ruote contro il muro e saliamo tre gradini che portano verso lentrata, attraversando un giardinetto ombroso dove due tipetti muscolosi , brutti e poco raccomandabili a vedersi, siedono in compagnia di due veramente gnocche ragazze bosniache. Ci guardiamo un attimo perplessi siamo ancora in tempo a girare sui tacchi ed evitare una rissa con chiss quali esiti. Una delle due ragazze si alza e viene verso di noi sorridendo. Indossa una minigonna vertiginosa, calze a rete, stivali neri dal tacco altissimo e una camicetta bianca che le v mooolto stretta sul davanti, laltra bellissima dai capelli lunghi e neri ci sorride da lontano. Al banco ordiniamo due birre. Lei smanetta sulla manopola del volume dellimpianto stereo. Veniamo investiti dal suono delloriente misterioso, mentre incomincia ad ancheggiare sorridendo, viaggiamo verso il Pakistan per raggiungere Katmandu. Accade che un suo aiutante smorzi il volume e lei, con fare poco islamico, con un colpo danca chiude lo sportello della cassa rialza il volume della musica ed inizia a cantare. Sulle ali della musica e del ritmo della sua danza mi ritrovo in una stanza con la testa ebbra di Ouzo, perso in un in un caldo infuocato pomeriggio mediterraneo tra le braccia di una lei dimenticata, sfiniti con i corpi sudati circondati dai ritmi soffusi del sirtaki . Thesaloniki estate 1982.
Andemo la voce di Alce mi richiama al presente. I hope see you later, maybee tonigth e il saluto che ci lancia da dietro il banco, forse delusa dalla nostra falsa indifferenza. Fuori ci chiedono da dove veniamo . Spiego tutto per bene passando dallinglese allo sloveno, suscitando viva incredulit.
Scorgiamo un minareto in lontananza e come spesso accade tra me e Alce non servono parole per sapere dove andare. In breve ci ritroviamo sotto alla sua ombra con due birre fresche acquistate in un negozietto. Sacro e profano mescolati a discorsi da ubriaconi molesti per postulare che :
Dopo de Lipica xe tuto un Tibet

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