TIBET

(09/10/2000)

La giornata sta trascorrendo tranquilla tra i soliti scossoni nella Toyota Land Cruiser che lentamente macina i chilometri del ritorno. All’improvviso, ci troviamo davanti alla tragedia… In prossimità di un passo, a quasi cinquemila metri, mi viene in testa l’idea di chiedere all’autista tibetano una sosta “pipì”. La mia richiesta non compresa scatena una serie di reazioni a catena che sinceramente non avrei mai immaginato: il dottore indiano, nostro compagno di viaggio, chiede a sua volta in modo più energico lo stop per favorire l’evacuazione dei miei liquidi interni e Michael, il fotografo californiano, che cova antipatie recondite verso di lui, trova l’occasione per incazzarsi in seguito alla stupida decisione di bloccare un automezzo in quel punto. Morale della favola: il motore si spegne e il fuoristrada inizia lentamente a precipitare verso l’abisso. Dopo un salto tattico verso l’esterno, mi rendo conto che i casini non si riducono solo alla fermata della jeep: dal passo sta infatti scendendo un camion che con la sua larghezza occupa abbondantemente tutta la sede stradale e nello stesso tempo in zona arriva anche il nostro camion appoggio. L’esterno delle ruote gemellari del camion proveniente dal passo finisce in pratica nel vuoto, mentre l’autista tenta un’impossibile manovra per passare. Poldo è furioso con il nostro autista tibetano, entrato in pieno panico, che a causa di uno stretto tentativo di manovra si sta per capottare. Osservo la scena incredulo, impaurito, sicuro della mia responsabilità in caso di incidente. Grazie anche alla positività e all’enorme fede degli autisti, tutto finisce bene, ma io rimango così stressato e inebetito che anche una volta giunti sotto il passo non riesco a cambiare espressione mentre guardo gli altri che montano le tende e sullo sfondo c’è quel lago color turchese che cambia sfumature con l’arrivo della sera.
Mi ritrovo Poldo davanti, in perfetto abbigliamento da corsa, pronto per un'altra scorreria sulle alture tibetane… in un primo momento non riesco a capire, mi sembra troppo dopo tutta questa sarabanda…Poldo però mi rassicura e m’invita ad accettare l’istante che sta vivendo considerando invece la felicità dello scampato pericolo. Tutta questa nostra spedizione in Tibet è stata improntata fin dall’inizio sulla politica dei “piccoli passi”. Non siamo mai stati pienamente convinti, fino all’ultimo, di raggiungere i nostri obiettivi e mai come in questo periodo abbiamo vissuto tutto momento per momento sapendo che stavamo semplicemente costruendo il nostro futuro … Quasi automaticamente mi ritrovo a muovere i primi stentati passi sulla sabbia, deposito del bacino lacustre sottostante. Correre… Siamo in Tibet per i nostri esperimenti di corsa, per concretare le nostre idee, per provare, in questo luogo particolare, esperienze di traversate già provate sul nostro territorio (raid della Ciceria, di corsa dal mare al monte Nevoso), per collaudare attrezzatura e materiali. Sperimentazioni, scommesse, domande.
Possono atleti medi, semplici amatori come noi, con lavoro, moglie e figli e poco tempo libero per allenarsi correre a queste altezze? Stiamo correndo, quasi cavalcando un sogno, in un luogo di una bellezza disarmante, senza percorso obbligato, in un ambiente dove le distanze sono difficili da calcolare. Ho la netta sensazione di espandermi in tutto quello che mi circonda (lo sguardo non incontra barriere e spazia libero). Poldo s’invola davanti a me verso l’altura che ci sta davanti: da lassù dovremo dominare il lago sottostante. Ognuno per la sua strada, scegliendo la rotta migliore per raggiungere lo stesso punto e sottolineare ancora una volta la prova di amicizia che questa spedizione ha significato per noi: tanti momenti duri, le difficoltà per acclimatarsi…uniti sempre nei momenti difficili…
Un cumulo di pietre, il respiro veloce, il cuore che tambureggia in testa.. Laggiù bandiere votive sventolano sul bordo di una cresta…Pochi minuti e lo sguardo si espande proprio sul lago sottostante e su un mondo esteso, fotocopia di un mare lunare. Freddo, vento…colori…Poldo alza l’altimetro: 4810 metri…come il nostro monte Bianco!…Ritornano alla mente gli ultimi passi prima di raggiungere la cima più alta d’Europa… Quassù sto correndo…Esplosione in discesa sia di gioia sia di velocità mentre il pensiero va al Drolma La, passo montano che con i suoi 5630 metri è stato il punto più alto raggiunto durante il circuito sacro dei Kailash, meta della nostra mini spedizione. In quel luogo, rispettando il rituale dei pellegrini che abbandonano un oggetto a loro appartenuto, lasciai le scarpe con le quali corsi la mia prima maratona: un segno di buon auspicio per le nostre future corse sugli altipiani.
Il sole sparisce dietro le alture facendo aumentare la morsa del gelo: prima di scivolare in tenda nomadi curiosi ci attorniano accarezzando la nostra faccia stranamente bianca per loro. Sul nostro diario una scritta: quota 4810, Monte La giornata sta trascorrendo tranquilla tra i soliti scossoni nella Toyota Land Cruiser che lentamente macina i chilometri del ritorno. All’improvviso, ci troviamo davanti alla tragedia… In prossimità di un passo, a quasi cinquemila metri, mi viene in testa l’idea di chiedere all’autista tibetano una sosta “pipì”. La mia richiesta non compresa scatena una serie di reazioni a catena che sinceramente non avrei mai immaginato: il dottore indiano, nostro compagno di viaggio, chiede a sua volta in modo più energico lo stop per favorire l’evacuazione dei miei liquidi interni e Michael, il fotografo californiano, che cova antipatie recondite verso di lui, trova l’occasione per incazzarsi in seguito alla stupida decisione di bloccare un automezzo in quel punto. Morale della favola: il motore si spegne e il fuoristrada inizia lentamente a precipitare verso l’abisso. Dopo un salto tattico verso l’esterno, mi rendo conto che i casini non si riducono solo alla fermata della jeep: dal passo sta infatti scendendo un camion che con la sua larghezza occupa abbondantemente tutta la sede stradale e nello stesso tempo in zona arriva anche il nostro camion appoggio. L’esterno delle ruote gemellari del camion proveniente dal passo finisce in pratica nel vuoto, mentre l’autista tenta un’impossibile manovra per passare. Poldo è furioso con il nostro autista tibetano, entrato in pieno panico, che a causa di uno stretto tentativo di manovra si sta per capottare. Osservo la scena incredulo, impaurito, sicuro della mia responsabilità in caso di incidente. Grazie anche alla positività e all’enorme fede degli autisti, tutto finisce bene, ma io rimango così stressato e inebetito che anche una volta giunti sotto il passo non riesco a cambiare espressione mentre guardo gli altri che montano le tende e sullo sfondo c’è quel lago color turchese che cambia sfumature con l’arrivo della sera.
Mi ritrovo Poldo davanti, in perfetto abbigliamento da corsa, pronto per un'altra scorreria sulle alture tibetane… in un primo momento non riesco a capire, mi sembra troppo dopo tutta questa sarabanda…Poldo però mi rassicura e m’invita ad accettare l’istante che sta vivendo considerando invece la felicità dello scampato pericolo. Tutta questa nostra spedizione in Tibet è stata improntata fin dall’inizio sulla politica dei “piccoli passi”. Non siamo mai stati pienamente convinti, fino all’ultimo, di raggiungere i nostri obiettivi e mai come in questo periodo abbiamo vissuto tutto momento per momento sapendo che stavamo semplicemente costruendo il nostro futuro … Quasi automaticamente mi ritrovo a muovere i primi stentati passi sulla sabbia, deposito del bacino lacustre sottostante. Correre… Siamo in Tibet per i nostri esperimenti di corsa, per concretare le nostre idee, per provare, in questo luogo particolare, esperienze di traversate già provate sul nostro territorio (raid della Ciceria, di corsa dal mare al monte Nevoso), per collaudare attrezzatura e materiali. Sperimentazioni, scommesse, domande.
Possono atleti medi, semplici amatori come noi, con lavoro, moglie e figli e poco tempo libero per allenarsi correre a queste altezze? Stiamo correndo, quasi cavalcando un sogno, in un luogo di una bellezza disarmante, senza percorso obbligato, in un ambiente dove le distanze sono difficili da calcolare. Ho la netta sensazione di espandermi in tutto quello che mi circonda (lo sguardo non incontra barriere e spazia libero). Poldo s’invola davanti a me verso l’altura che ci sta davanti: da lassù dovremo dominare il lago sottostante. Ognuno per la sua strada, scegliendo la rotta migliore per raggiungere lo stesso punto e sottolineare ancora una volta la prova di amicizia che questa spedizione ha significato per noi: tanti momenti duri, le difficoltà per acclimatarsi…uniti sempre nei momenti difficili…
Un cumulo di pietre, il respiro veloce, il cuore che tambureggia in testa.. Laggiù bandiere votive sventolano sul bordo di una cresta…Pochi minuti e lo sguardo si espande proprio sul lago sottostante e su un mondo esteso, fotocopia di un mare lunare. Freddo, vento…colori…Poldo alza l’altimetro: 4810 metri…come il nostro monte Bianco!…Ritornano alla mente gli ultimi passi prima di raggiungere la cima più alta d’Europa… Quassù sto correndo…Esplosione in discesa sia di gioia sia di velocità mentre il pensiero va al Drolma La, passo montano che con i suoi 5630 metri è stato il punto più alto raggiunto durante il circuito sacro dei Kailash, meta della nostra mini spedizione. In quel luogo, rispettando il rituale dei pellegrini che abbandonano un oggetto a loro appartenuto, lasciai le scarpe con le quali corsi la mia prima maratona: un segno di buon auspicio per le nostre future corse sugli altipiani.
Il sole sparisce dietro le alture facendo aumentare la morsa del gelo: prima di scivolare in tenda nomadi curiosi ci attorniano accarezzando la nostra faccia stranamente bianca per loro. Sul nostro diario una scritta: quota 4810, Monte La giornata sta trascorrendo tranquilla tra i soliti scossoni nella Toyota Land Cruiser che lentamente macina i chilometri del ritorno. All’improvviso, ci troviamo davanti alla tragedia… In prossimità di un passo, a quasi cinquemila metri, mi viene in testa l’idea di chiedere all’autista tibetano una sosta “pipì”. La mia richiesta non compresa scatena una serie di reazioni a catena che sinceramente non avrei mai immaginato: il dottore indiano, nostro compagno di viaggio, chiede a sua volta in modo più energico lo stop per favorire l’evacuazione dei miei liquidi interni e Michael, il fotografo californiano, che cova antipatie recondite verso di lui, trova l’occasione per incazzarsi in seguito alla stupida decisione di bloccare un automezzo in quel punto. Morale della favola: il motore si spegne e il fuoristrada inizia lentamente a precipitare verso l’abisso. Dopo un salto tattico verso l’esterno, mi rendo conto che i casini non si riducono solo alla fermata della jeep: dal passo sta infatti scendendo un camion che con la sua larghezza occupa abbondantemente tutta la sede stradale e nello stesso tempo in zona arriva anche il nostro camion appoggio. L’esterno delle ruote gemellari del camion proveniente dal passo finisce in pratica nel vuoto, mentre l’autista tenta un’impossibile manovra per passare. Poldo è furioso con il nostro autista tibetano, entrato in pieno panico, che a causa di uno stretto tentativo di manovra si sta per capottare. Osservo la scena incredulo, impaurito, sicuro della mia responsabilità in caso di incidente. Grazie anche alla positività e all’enorme fede degli autisti, tutto finisce bene, ma io rimango così stressato e inebetito che anche una volta giunti sotto il passo non riesco a cambiare espressione mentre guardo gli altri che montano le tende e sullo sfondo c’è quel lago color turchese che cambia sfumature con l’arrivo della sera.
Mi ritrovo Poldo davanti, in perfetto abbigliamento da corsa, pronto per un'altra scorreria sulle alture tibetane… in un primo momento non riesco a capire, mi sembra troppo dopo tutta questa sarabanda…Poldo però mi rassicura e m’invita ad accettare l’istante che sta vivendo considerando invece la felicità dello scampato pericolo. Tutta questa nostra spedizione in Tibet è stata improntata fin dall’inizio sulla politica dei “piccoli passi”. Non siamo mai stati pienamente convinti, fino all’ultimo, di raggiungere i nostri obiettivi e mai come in questo periodo abbiamo vissuto tutto momento per momento sapendo che stavamo semplicemente costruendo il nostro futuro … Quasi automaticamente mi ritrovo a muovere i primi stentati passi sulla sabbia, deposito del bacino lacustre sottostante. Correre… Siamo in Tibet per i nostri esperimenti di corsa, per concretare le nostre idee, per provare, in questo luogo particolare, esperienze di traversate già provate sul nostro territorio (raid della Ciceria, di corsa dal mare al monte Nevoso), per collaudare attrezzatura e materiali. Sperimentazioni, scommesse, domande.
Possono atleti medi, semplici amatori come noi, con lavoro, moglie e figli e poco tempo libero per allenarsi correre a queste altezze? Stiamo correndo, quasi cavalcando un sogno, in un luogo di una bellezza disarmante, senza percorso obbligato, in un ambiente dove le distanze sono difficili da calcolare. Ho la netta sensazione di espandermi in tutto quello che mi circonda (lo sguardo non incontra barriere e spazia libero). Poldo s’invola davanti a me verso l’altura che ci sta davanti: da lassù dovremo dominare il lago sottostante. Ognuno per la sua strada, scegliendo la rotta migliore per raggiungere lo stesso punto e sottolineare ancora una volta la prova di amicizia che questa spedizione ha significato per noi: tanti momenti duri, le difficoltà per acclimatarsi…uniti sempre nei momenti difficili…
Un cumulo di pietre, il respiro veloce, il cuore che tambureggia in testa.. Laggiù bandiere votive sventolano sul bordo di una cresta…Pochi minuti e lo sguardo si espande proprio sul lago sottostante e su un mondo esteso, fotocopia di un mare lunare. Freddo, vento…colori…Poldo alza l’altimetro: 4810 metri…come il nostro monte Bianco!…Ritornano alla mente gli ultimi passi prima di raggiungere la cima più alta d’Europa… Quassù sto correndo…Esplosione in discesa sia di gioia sia di velocità mentre il pensiero va al Drolma La, passo montano che con i suoi 5630 metri è stato il punto più alto raggiunto durante il circuito sacro dei Kailash, meta della nostra mini spedizione. In quel luogo, rispettando il rituale dei pellegrini che abbandonano un oggetto a loro appartenuto, lasciai le scarpe con le quali corsi la mia prima maratona: un segno di buon auspicio per le nostre future corse sugli altipiani.
Il sole sparisce dietro le alture facendo aumentare la morsa del gelo: prima di scivolare in tenda nomadi curiosi ci attorniano accarezzando la nostra faccia stranamente bianca per loro. Sul nostro diario una scritta: quota 4810, Monte La giornata sta trascorrendo tranquilla, tra i soliti scossoni, nella Toyota Land Cruiser che lentamente macina i chilometri del ritorno. All’improvviso ci troviamo davanti alla tragedia…In prossimità di un passo, a quasi cinquemila metri, mi viene in testa l’idea di chiedere all’autista tibetano una sosta “pipì”. La mia richiesta non compresa scatena una serie di reazioni a catena che sinceramente non avrei mai immaginato: il dottore indiano, nostro compagno di viaggio, chiede a sua volta in modo più energico lo stop per favorire l’evacuazione dei miei liquidi interni e Michael, il fotografo californiano, che cova antipatie recondite verso di lui, trova l’occasione per incazzarsi in seguito alla stupida decisione di bloccare un automezzo in quel punto. Morale della favola: il motore si spegne e il fuoristrada inizia lentamente a precipitare verso l’abisso.
Dopo un salto tattico verso l’esterno, mi rendo conto che i casini non si riducono solo alla fermata della jeep: dal passo sta infatti scendendo un camion che con la sua larghezza occupa abbondantemente tutta la sede stradale e nello stesso tempo in zona arriva anche il nostro camion appoggio. L’esterno delle ruote gemellari del camion proveniente dal passo finisce in pratica nel vuoto, mentre l’autista tenta un’impossibile manovra per passare.
Poldo è furioso con il nostro autista tibetano, entrato in pieno panico, che a causa di uno stretto tentativo di manovra sta per capottare. Osservo la scena incredulo, impaurito, sicuro della mia responsabilità in caso di incidente. Grazie anche alla positività e all’enorme fede degli autisti, tutto finisce bene, ma io rimango così stressato e inebetito che anche una volta giunti sotto il passo non riesco a cambiare espressione mentre guardo gli altri che montano le tende e sullo sfondo c’è quel lago color turchese che cambia sfumature con l’arrivo della sera.
Mi ritrovo Poldo davanti, in perfetto abbigliamento da corsa, pronto per un'altra scorreria sulle alture tibetane… in un primo momento non riesco a capire, mi sembra troppo dopo tutta questa sarabanda…Poldo però mi rassicura e m’invita ad accettare l’istante che sta vivendo considerando invece la felicità dello scampato pericolo. Tutta questa nostra spedizione in Tibet è stata improntata fin dall’inizio sulla politica dei “piccoli passi”. Non siamo mai stati pienamente convinti, fino all’ultimo, di raggiungere i nostri obiettivi e mai come in questo periodo abbiamo vissuto tutto momento per momento sapendo che stavamo semplicemente costruendo il nostro futuro … Quasi automaticamente mi ritrovo a muovere i primi stentati passi sulla sabbia, deposito del bacino lacustre sottostante. Correre…Siamo in Tibet per i nostri esperimenti di corsa, per concretare le nostre idee, per provare, in questo luogo particolare, esperienze di traversate già provate sul nostro territorio (raid della Ciceria, di corsa dal mare al monte Nevoso), per collaudare attrezzatura e materiali. Sperimentazioni, scommesse, domande… Possono atleti medi, semplici amatori come noi, con lavoro, moglie e figli e poco tempo libero per allenarsi correre a queste altezze? Stiamo correndo, quasi cavalcando un sogno, in un luogo di una bellezza disarmante senza percorso obbligato in un ambiente dove le distanze sono difficili da calcolare.
Ho la netta sensazione di espandermi in tutto quello che mi circonda (lo sguardo non incontra barriere e spazia libero). Poldo s’invola davanti a me verso l’altura che ci sta davanti: da lassù dovremo dominare il lago sottostante. Ognuno per la sua strada, scegliendo la rotta migliore per raggiungere lo stesso punto e sottolineare ancora una volta la prova di amicizia che questa spedizione ha significato per noi due: tanti momenti duri, le difficoltà per acclimatarsi…uniti sempre nei momenti difficili… Un cumulo di pietre, il respiro veloce il cuore che tambureggia in testa…Laggiù bandiere votive sventolano sul bordo di una cresta…Pochi minuti e lo sguardo si espande proprio sul lago sottostante e su un mondo esteso, fotocopia di un mare lunare.
Freddo, vento…colori…Poldo alza l’altimetro: 4810 metri…come il nostro monte Bianco!… Ritornano alla mente gli ultimi passi prima di raggiungere la cima più alta d’Europa… Quassù sto correndo…Esplosione in discesa sia di gioia sia di velocità mentre il pensiero va al Drolma La, passo montano che con i suoi 5630 metri è stato il punto più alto raggiunto durante il circuito sacro dei Kailash, meta della nostra mini spedizione. In quel luogo, rispettando il rituale dei pellegrini che lasciano un oggetto a loro appartenuto, lasciai le scarpe con le quali corsi la mia prima maratona: un segno di buon auspicio per le nostre corse future sugli altipiani.
Il sole sparisce dietro le alture facendo aumentare la morsa del gelo: prima di scivolare in tenda nomadi curiosi ci attorniano accarezzando la nostra faccia stranamente bianca per loro. Sul nostro diario una scritta: quota 4810, Monte bianco del Lodu Tso.

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